lunedì 2 marzo 2015

Pirandello. Un genio del Novecento. 3

3. Da cosa nasce l’arte? Dall’osservazione della realtà


Nel 1908, oltre al saggio L’umorismo, Pirandello scrive anche Arte e scienza. Ivi, se da un lato lo scrittore contesta quegli atteggiamenti che tendono a ridurre l’arte a disciplina dipendente e subordinata a fattori esterni, dall'altra si oppone a quelle considerazioni riduttive secondo le quali essa «si è ristretta specialmente per opera di Benedetto Croce a un’unica questione, a un’unica veduta, la quale, non riuscendo ad abbracciare tutto il complesso fenomeno artistico, [...] incespica in continue contraddizioni». L’unica questione cui allude Pirandello è l’intuizione.Il filosofo italiano Benedetto Croce (1866-1952) identifica, infatti, la vera arte solo con l’intuizione pura. Ritiene che l’arte sia su un primo gradino, quello dell’intuizione, la scienza su un secondo gradino, quello del concetto. Scrive Pirandello: «Il Croce […] pone due forme o attività dello spirito, una teoretica, distinta in intuitiva e in intellettiva, e una pratica.
Con la forma teoretica, egli dice, l’uomo comprende le cose: con la forma pratica le va mutando: con la prima si appropria l’universo, con l’altra lo crea». L’arte per Croce è conoscenza «nel primo momento della intuizione», è attività teoretica, prescinde dall'attività pratica, è scevra di «sentimento» e di «volontà. Nel mondo estetico di Croce regna l’equazione: intuizione-espressione […]. L’attività estetica è considerata dal Croce come affatto indipendente».Quindi, a detta di Croce, solo alcuni episodi della Divina commedia possono essere considerati «poesia» (cioè arte), mentre gran parte del capolavoro (soprattutto nel Paradiso), soprattutto quando è troppo contesta di contenuti morali e religiosi, è catalogabile come «letteratura».
Stiamo senz’altro con Pirandello quando afferma che la ragione non è certo secondaria nella realizzazione artistica. L’arte nasce, dunque, da una finestra spalancata sulla realtà con quella potenza efficace che gli fornisce la ragione, da intendersi come un’apertura alla realtà che tenga in debita considerazione tutti i fattori. Ci domandiamo, quindi, come possa l’arte davvero prescindere da essa e, ancora, come possa nascere solo da una delle facoltà umane, sia essa l’immaginazione o il sentimento o l’intuizione.
Dobbiamo, però, precisare che non è la ragione a produrre la bellezza, ma, al contrario, è la bellezza che muove la ragione. La bellezza esiste nella realtà e sprona l’uomo a riprodurla nell’opera d’arte, non esiste prima nella mente dell’artista se non per il fatto che questi l’abbia prima stampata nella propria mente osservandola nel mondo.
Manzoni afferma nel dialogo Dell’invenzione che l'artista non inventa mai nulla. «Inventare» deriva, infatti, dal verbo latino «invenire» che vuol dire «trovare», «incontrare». L'artista è come se trovasse nel creato le impronte del Creatore. Esiste, quindi, sempre un rapporto molto stretto tra l'arte e la realtà.
Pirandello sembra concordare con lui così come con altri grandi geni del passato come Dante e Shakespeare secondo i quali l’arte sgorga sempre da uno sguardo attento sulla realtà. Nel romanzo Il fu Mattia Pascal si legge: «Nulla s’inventa […] che non abbia una qualche radice, più o meno profonda, nella realtà; e anche le cose più strane possono essere vere, anzi nessuna fantasia arriva a concepire certe follie, certe inverosimili avventure che si scatenano e scoppiano dal seno tumultuoso della vita».
Certo ciò non significa che l’arte debba per forza essere verosimile. Qualche anno dopo la pubblicazione del Fu Mattia Pascal (1904), Pirandello appone una postfazione datata 1921 intitolandola «Avvertenza agli scrupoli della fantasia», nella quale risponde a quanti hanno tacciato di inverosimiglianza la bizzarra vicenda raccontata nel romanzo: «La vita, per tutte le sfacciate assurdità, piccole e grandi, di cui beatamente è piena, ha l’inestimabile privilegio di poter fare a meno di quella stupidissima verosimiglianza, a cui l’arte crede suo dovere obbedire. Le assurdità della vita non hanno bisogno di parer verosimili, perché sono vere. All’opposto di quelle dell’arte che, per parer vere, hanno bisogno d’esser verosimili. E allora, verosimili, non sono più assurdità. Un caso della vita può essere assurdo; un’opera d’arte, se è opera d’arte, no. Ne segue che tacciare d’assurdità e d’inverosimiglianza, in nome della vita, un’opera d’arte è balordaggine. In nome dell’arte, sì; in nome della vita, no».

A riprova di ciò Pirandello riporta un articolo di giornale pubblicato su Il corriere della Sera del 27 marzo 1920 in cui si racconta una vicenda del tutto simile a quella de Il fu Mattia Pascal, «il presunto suicidio in un canale; il cadavere estratto e riconosciuto dalla moglie e da chi poi sarà secondo marito di lei; il ritorno del finto morto e finanche l’omaggio alla propria tomba». La vita mostra sprezzo per ogni verosimiglianza. Non si deve, dunque, pretendere la verosimiglianza proprio dall'arte e dalla fantasia.
(pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 16-11-2014)

sabato 28 febbraio 2015

Pirandello. Un genio del Novecento. 2

2. Il comico, l'umorismo e lo sguardo pietoso sulla realtà


Che sguardo ha Pirandello sull’uomo? Con che occhi guarda la realtà e i suoi simili? Nel 1908 Pirandello approfondisce la questione della situazione esistenziale dell’uomo in un saggio che, oltre che testo di poetica e manifesto letterario dell’autore, è un sapiente libro esistenziale. Stiamo parlando de L’umorismo. La condizione umana, a detta dello scrittore, è sempre fuori chiave, come se l’uomo non fosse mai al suo posto e, impaurito dalla paura del vuoto e della vertigine conseguente, ricercasse una forma, lui che è sempre privo di forma. L’uomo, infatti, si muove da un pensiero all’altro, da un ideale all’altro, incapace di mantenere fede ad un proposito, pensato, ma subito dopo rinnegato e tradito. L’uomo è un puro fluire di forme e di pensieri.

«La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo d’arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi già siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili, e che però possono seguire il flusso della vita, fino a tanto che [...] non cessi. Le forme, in cui cerchiamo d’arrestare, di fissare in noi questo flusso continuo, sono i concetti, sono gli ideali a cui vorremmo serbarci coerenti, tutte le finzioni che ci creiamo, le condizioni, lo stato in cui tendiamo a stabilirci [...]. Ma dentro di noi stessi, in ciò che noi chiamiamo anima, e che è la vita in noi, il flusso continua, [...] componendoci una coscienza, costruendoci una personalità. In certi momenti tempestosi, investite dal flusso, tutte quelle nostre forme fittizie crollano miseramente».
            L’arte antica ha inventato l’eroe granitico, tutto d’un pezzo, fedele ai suoi grandi ideali. L’osservazione ordinaria della realtà, però, porta l’uomo a rendersi conto della inconsistenza di tale visione dell’uomo. L’eroe antico nella realtà non esiste. Tutti noi ci attacchiamo ad ideali che, poi, tradiamo cinque minuti più tardi. È assurdo pensare ad una coerenza dell’io, ovvero ad un’intima connessione tra azione e ideale: il termine coerenza ben designa quest’utopistica presunzione – almeno a detta di Pirandello – di far seguire al pensiero l’azione, al proposito il progetto concreto.
Nei momenti di silenzio, quando si è soli e non frastornati dalle cose e dai rumori, l’uomo percepisce quest’inquietudine del vivere e di trovarsi, misero e inconsistente, di fronte all’abisso del mistero. Comprende l’inganno delle maschere, degli atteggiamenti assunti per nascondere il disagio del vivere e coglie la propria precarietà e quasi nullità.
«In certi momenti di silenzio interiore, in cui l’anima nostra si spoglia di tutte le finzioni abituali, e gli occhi nostri diventano più acuti e penetranti, noi vediamo noi stessi nella vita, e in se stessa la vita, quasi in una nudità arida, inquietante; ci sentiamo assaltare da una strana impressione, come se, in un baleno, ci si chiarisse una realtà diversa da quella che normalmente percepiamo, [...]. Lucidissimamente allora la compagine dell’esistenza quotidiana, quasi sospesa nel vuoto di quel nostro silenzio interiore, ci appare priva di senso, priva di scopo, [....]. Il vuoto interno si allarga, varca i limiti del nostro corpo, diventa vuoto intorno a noi, un vuoto strano, come un arresto del tempo e della vita, come se il nostro silenzio interiore si profondasse negli abissi del mistero [...]. È stato un attimo; ma dura a lungo in noi l’impressione di esso, come di vertigine, con la quale contrasta la stabilità, pur così vana,  delle cose: ambiziose o misere apparenze».
Tutti noi abbiamo, quindi, una consistenza tragicomica, ovvero il nostro io in alcuni momenti appare fortemente comico e potrebbe destare il riso di chi ci osserva oppure un sorriso benevolo nei più magnanimi.

È  la famosa distinzione tra comico e umoristico che Pirandello spiega con l’altrettanto celebre e conosciuta immagine della donna di ottant’anni, tutta imbellettata, vestita all’ultima moda e con i tacchi a spillo. Ad un primo sguardo, di fronte ad un’immagine siffatta, chiunque si metterebbe a ridere avvertendo l’assurdità della situazione. Il comico consiste per l’appunto in questo «avvertimento del contrario», cioè nella constatazione che una situazione è opposta a quanto noi ci aspetteremmo, constatazione che desta in noi una risata a crepapelle, irrefrenabile e indubbiamente irrispettosa. Però, nel momento in cui noi riflettiamo sulle ragioni che hanno indotto quella donna a ridursi così e pensiamo al suo desiderio di apparire più giovane, di piacere ancora al marito, il nostro riso si tramuta in un sorriso che abbraccia e comprende le ragioni profonde dell’altro, ovvero l’umorismo o «sentimento del contrario». Siamo tutti comici o umoristici in particolari momenti della nostra esistenza, ovvero siamo inadatti alla circostanza, inadeguati, buffi: semidei che si pongono sul piedistallo di fronte agli altri, per  poi precipitare nella melma non appena la solitudine ci permette di lasciare l’insostenibile ruolo.
La gradazione umoristica ha il dono di liberare dalla forma o meglio di abbracciarla mostrando come essa non sia cifra definitiva dell’io, non lo imprigioni in maniera irreparabile. L’apparire in un certo modo ha una ragione d’essere nella storia e nella vita della persona che è ben più complessa di quanto appare.
L’umorismo sa comprendere le ragioni profonde del disagio dell’io. Non sempre, però, l’uomo è capace di guardare gli altri con il rispetto tipico dell’umorismo. Ben più spesso l’io è definito e incastonato da chi osserva in una forma e in un modo di essere. Pensiamo a tanti personaggi presentati nelle Novelle per un anno, ad esempio all’Andrea Chiarchiaro de «La patente» (1911). Tutti lo considerano come uno iettatore da evitare tanto che egli perde sia la trama di relazioni sociali sia la possibilità di lavorare. Allora il poveretto decide di intentare causa nei confronti di due compaesani che l’hanno trattato come iettatore. Amaramente il narratore commenta: «Era veramente un iniquo quel processo là: iniquo perché includeva una spietata ingiustizia contro alla quale un pover uomo tentava disperatamente di ribellarsi senza alcuna probabilità di scampo. C’era in quel processo una vittima che non poteva prendersela con nessuno. Aveva voluto prendersela con due, lì, in quel processo, coi primi due che gli erano capitati sotto mano, e – sissignori - la giustizia doveva dargli torto […] ribadendo così, ferocemente, l’iniquità di cui quel pover uomo era vittima». Infatti, il punto di vista malevolo dei concittadini lo ha incastonato in una forma, ha ridotto la sua complessità umana ad un unico aspetto che diventa la cifra descrittiva di tutto il personaggio.

(pubblicato su La nuova bussola quotidiana dell'8-11-2014)

venerdì 27 febbraio 2015

Pirandello. Un genio del Novecento. 1

1. Il profeta dello smarrimento dell’uomo contemporaneo


Grande drammaturgo, romanziere, novelliere, l’agrigentino Luigi Pirandello (1867-1936) è uno dei più grandi geni del Novecento, letterato e, al contempo, filosofo. In lui sembrano incarnarsi le parole di Leopardi nello Zibaldone: «Il vero poeta è anche filosofo e il vero filosofo è anche poeta». Non sarà, forse, un caso allora se l’esordio di Pirandello è poetico, anche se poi l’autore trascurerà quella strada per dedicarsi alla prosa e al teatro, in cui emerge la sua più grande vena creativa.

La genialità di un autore riesce a comprendere la cultura della propria epoca, attraverso segni che i propri contemporanei non sono in grado di cogliere. Per questo le opere di Pirandello non potevano essere capite nei primi decenni in cui circolavano. A distanza di tanti anni, appare chiaro come descrivessero la perdita della bussola dell’uomo contemporaneo, ovvero, per dirla con Hans Sedlmayr, la perdita del centro, cioè la scomparsa della centralità dell’io. 

Con queste parole, a soli ventitré anni, Pirandello si rivolge alla sorella Lina il 31 ottobre del 1886: «Noi siamo come i poveri  ragni, che per vivere han bisogno d’intessersi in un cantuccio la loro tela sottile, noi siamo come le povere lumache che per vivere han bisogno di portare a dosso il loro guscio fragile, o come i poveri molluschi che vogliono tutti la loro conchiglia in fondo al mare. Siamo ragni, lumache e molluschi di una razza più nobile – passi pure – non vorremmo una ragnatela, un guscio, una conchiglia - passi pure – ma un piccolo mondo sì, e per vivere in esso e per vivere di esso. Un ideale, un sentimento, una abitudine, una occupazione – ecco il piccolo mondo, ecco il guscio di questo lumacone o uomo – come lo chiamano. Senza questo è impossibile la vita».


Meno di vent’anni più tardi, ne Il fu Mattia Pascal, lo scrittore siciliano profetizza in maniera drammatica quel clima culturale che nel 2005 nella Missa pro eligendo romano Pontefice il Cardinale Ratzinger avrebbe definito «dittatura del relativismo». Pirandello affida alle parole di Anselmo Paleari le sue riflessioni più interessanti sulla contemporaneità. Il logorroico appassionato di filosofia utilizza l’immagine del lanternino per rappresentare il concetto di visione del mondo e della vita. In alcune epoche storiche, questi lanternini individuali, connotati da colori differenti, assumono lo stesso colore: «In ogni età, infatti, si suole stabilire tra gli uomini un certo accordo di sentimenti che dà lume e colore a quei lanternoni che sono i termini astratti: Verità, Virtù, Bellezza, Onore, e che so io... E non le pare che fosse rosso, ad esempio, il lanternone della Virtù pagana? […] Non sono poi rare nella storia certe ventate che spengono d’un tratto tutti quei lanternini». Proprio così è accaduto nell’epoca contemporanea, in cui ciascuno cammina al buio con il suo lanternino e non sa più a chi rivolgersi. Oggi, spenti tutti i lanternoni del passato, l’epoca contemporanea assiste all’accensione di un nuovo lanternone culturale del relativismo. Non più certezze cui guardare, ma un’unica certezza, quella che non vi sono verità.
Così, sempre ne Il fu Mattia Pascal, Pirandello riflette sulla differenza tra l’uomo antico e l’uomo moderno: «Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe?[…] Oreste rimarrebbe sconcertato da quel buco nel cielo. [...] Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cadere le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto». All’eroe antico, Oreste, che opera con caparbietà e decisione si sostituisce Amleto, un uomo preso dal dubbio sulla realtà e sull’evidenza delle cose, inerte, incapace di agire, di operare.
Ancora tanta produzione pirandelliana documenta quella cultura che gradualmente, già all’inizio del secolo scorso, è diventata dominante, che ha smarrito il metodo, cioè la giusta strada, per arrivare alla verità. Se la Luna rappresenta la verità, è come se l’uomo moderno avesse smarrito il mezzo per arrivare sulla Luna. Il romanzo Suo marito sottolinea in maniera particolarmente efficace questa incapacità conoscitiva dell’uomo moderno. Una donna è scacciata dal marito perché accusata di tradimento quando lei è, invece, innocente. A questo punto la presunta colpevole si fa ospitare in casa dall’uomo sospettato di essere il suo amante. Tra i due nasce davvero una relazione sentimentale. Il marito, riconosciuta, però, l’innocenza della donna, la riaccoglie in casa quando davvero si è macchiata della colpa. Per il lettore appare chiara l’oggettività della realtà. Sono i personaggi dell’opera che, come marionette sul palco, risultano limitati e incapaci di coglierla. Così, la realtà si presenterà differente a seconda del punto di vista da cui si osserverà la scena. La realtà sarà come uno specchio, frantumato in centinaia di pezzi: lo spettatore che vi sta di fronte vedrà immagini riflesse differenti, parziali e grottescamente deformate. Noi stessi appaiamo diversi a seconda dell’osservatore che ci sta davanti e del punto di osservazione in cui si trova.
Per questo la produzione del genio siciliano invece di essere compresa, è stata ridotta a formule ed etichette. Pirandello si è sempre scagliato con rabbia contro quanti hanno semplificato la sua produzione riducendola a quei pochi concetti e a quelle parole chiave che compaiono per lo più sulle antologie scolastiche e sui saggi a lui dedicati. La critica letteraria ha ridotto le sue opere a sistema e a welthanschauung e ha semplificato la magmatica e voluminosa novità dei suoi testi in definizioni riduttive come «pirandellismo» e «relativismo». L’Agrigentino ha, in realtà, cercato sempre nella sua produzione la verità sull’uomo e, in particolar modo, nella trilogia del mito, scritta tra il 1928 e il 1936 (anno della morte), ha tentato di rintracciare la verità nell’ambito socio-politico, in quello artistico e in quello religioso: La nuova colonia, Lazzaro e I giganti della montagna.
Ci stupisce l’articolo del 15 dicembre 1931 in cui Pirandello scrive: «(La mia) opera trova già prevenuti tanto il giudizio della critica quanto l’attesa del pubblico, per colpa di tutte quelle concezioni astratte e stravaganti sulla realtà e la finzione, sul valore della personalità […] che non sono altro se non le deformazioni cristallizzate di due o tre delle mie commedie, di quelle due o tre che sono arrivate per prime a Parigi, proprio al momento in cui il mio nome ha preso il volo: questo nome che, per colmo di sventura, non nemmeno più il mio nome, ma è diventato la radice della parola «pirandellismo»».
Per ironia della sorte colui che ha lottato per la vita contro la finzione, per la sostanza al di là del nome, è stato ridotto a nome. Il suo pensiero che ha evidenziato l’impossibilità di mettere ordine nel magma caotico dell’esistenza è diventato il sistema del «pirandellismo». Lui stesso è diventato emblema del relativismo, quasi come ne fosse interprete, depositario e corifeo e non piuttosto abile demistificatore e potente, nonché geniale profeta e anticipatore di certe tendenze culturali dilaganti. Per questo Pirandello si ribella e grida «Abbasso al pirandellismo!». Scrive ancora nell’articolo di cui sopra: «Mi si permetta di dire che nessuna delle mie opere che sono tutte nate al di fuori della tesi e degli apriorismi filosofici, è malata di pirandellismo. Sono state modestamente concepite e composte da uno scrittore che si chiama Pirandello e che nel momento in cui scriveva non immaginava nemmeno lontanamente la disavventura che lo attendeva, e non poteva prevedere che queste opere fossero predestinate a essere catalogate sotto una etichetta unica, sotto una formula immutabile, di un carattere rigido e definitivo. A nome della mia opera tutta intiera,… mi ribello contro la mia fama e contro il pirandellismo e arrivo fino a dichiarare di essere pronto a rinunciare al mio nome, pur di riconquistare la libertà della mia immaginazione di scrittore». Pirandello, però, ci avverte: «Forse non esiste scrittore più sconosciuto di uno scrittore celebre!». E come nasce la celebrità? «Nasce il giorno in cui, non si sa come né perché, il nome di uno scrittore si stacca dalle sue opere, mette le ali e spicca il volo. Il nome!... Le opere sono molto più serie: non volano, ma camminano a piedi, è per conto loro, con il loro peso e il loro valore, a passi lenti». Così, mentre il nome di Pirandello è a Parigi e ha girato tutto il mondo, le sue opere letterarie «continuano a piedi la loro strada, a passi pesanti, e sono naturalmente rimaste indietro». (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 2-11-2014)