giovedì 7 maggio 2015

Articolo - «Il mio Pirandello gloria del fascismo» - Corriere della Sera 2002

L' INEDITO dal Corriere della Sera Pagina 25 (28 luglio 2002)


Pubblichiamo l' articolo inedito su Pirandello che Luigi Baldacci, qualche giorno prima della morte, aveva scritto per il Corriere.

«Il mio Pirandello gloria del fascismo»


Durante la tournée del 1927 in Brasile e in Argentina, per tagliar corto con le provocazioni della stampa antifascista, Pirandello avrebbe detto: «All'estero non ci sono né fascisti né antifascisti, ma siamo tutti italiani». Sia stata o no realmente pronunciata, la frase non piacque ai fascisti che ci videro l' oscuramento di quella fede politica culminata già nella richiesta di tessera fatta nel momento di maggior difficoltà del regime, nei mesi cioè che seguirono al delitto Matteotti. C'era stato all'inizio un interesse personale - la speranza che il fascismo risolvesse i problemi del teatro italiano - ma c' era anche nello scrittore un radicato e candido convincimento che durante la tournée negli Stati Uniti, poco prima che Matteotti fosse ucciso, lo aveva portato ad affermare che Mussolini mirava all'elevazione delle classi lavoratrici anche se non avrebbe consentito che le conquiste del proletariato avvenissero a danno della nazione. In altre parole la favola reazionaria di Menenio Agrippa, ma, per così dire, confortata dall'esperienza diretta essendogli apparsi gli americani come vittime di una «tragedia spirituale» legata a un'incorreggibile mentalità democratica (si ricordi che erano quelli gli anni ruggenti di Dos Passos): il tutto consegnato a un'intervista di Orio Vergani per L'Idea nazionale.

 Interviste a Pirandello s'intitola appunto il volume edito da Rubbettino, a cura di Ivan Pupo e con prefazione di Nino Borsellino (pagine 651, euro 36,00), che mette in ordine cronologico poco meno di duecento pezzi giornalistici. Pirandello, ci ricorda Borsellino, fu lo scrittore più intervistato del nostro Novecento, ma oggi l' utilità di un libro come questo, che assomma l'edito all'inedito, consiste soprattutto nella vastità del commento, al quale non fa peraltro difetto una precisa direzionalità, se specialmente il drammaturgo, più che il narratore, aveva capito, come nessuno prima, la funzione del giornalismo moderno; e «L'opera di Pirandello tra letteratura e industria dell' informazione» s' intitola il saggio introduttivo di Ivan Pupo. A chi poi ci chiedesse come esca l'autore da questa protratta auto esposizione diremmo che ne esce in un'immagine semplificata all'estremo, anche perché quello che gli preme veramente - e lo ripete di continuo - è il pubblico e non i critici. Accade così che il più intellettuale degli scrittori sia fin troppo consapevole che con gli intellettuali italiani, che gli rimproveravano di non essere né uno scrittore né un filosofo, non avrebbe mai avuto la meglio, e allora gioca al ribasso, si costruisce un'ingenuità difensiva, e quando un giornalista dell'Ora gli domanda quali siano per lui i giovani più interessanti, risponde che sono Moretti, Fracchia e Paolieri perché «hanno delle pagine piene di calore e umanità». E dato che gli intellettuali e i critici non gli consentono di celebrare il connubio tra pensiero e letteratura (non lo consentivano neppure a Leopardi), Pirandello gli oppone la scelta del fascismo che sente, per la pretesa pragmaticità politica, come un usbergo contro la loro stessa retorica: un paradosso assoluto. Sarà Telesio Interlandi, direttore del Tevere e dal ' 38 bieco promotore della campagna antisemita, a guardargli le spalle; ma il favore è reciproco essendo ormai chiaro che per il regime il fiore all' occhiello da esibire all' estero non è più D' Annunzio, ritirato a vita privata, ma Pirandello nella sua dirompente modernità.

Baldacci Luigi

Pagina 25
(28 luglio 2002) - Corriere della Sera

lunedì 27 aprile 2015

Pirandello. Un genio del Novecento. 12

12. Il treno ha fischiato, la realtà finalmente si svela



Pirandello scrisse novelle per tutto l’arco della vita, pubblicando ben quindici tomi di quindici novelle ciascuno che costituiranno poi due volumi dal titolo significativo di Novelle per un anno, editati postumi nel 1937, naturalmente rivisitati e corretti, con un’appendice di venticinque novelle inedite. Il progetto complessivo di Pirandello doveva comprendere ben ventiquattro libri di quindici novelle in modo da coprire tutti i giorni dell’anno.
            Le novelle costituiscono una fucina in cui lo scrittore lavora materiale grezzo che sarà poi pronto per essere utilizzato in altri ambiti (teatrale o romanzesco). Ricordiamo, a titolo di esemplificazione, quella stupenda novella «La signora Frola e il signor Ponza suo genero» che diverrà più tardi l’opera teatrale Così è (se vi pare).
 
Spesso la misura breve della novella si presta alla rappresentazione di un caso particolare della vita e di un personaggio. Il protagonista è, talvolta, oggetto di parossismo formale, per così dire crocefisso ad una forma, che è il punto di vista delle persone che gli stanno attorno al di fuori del quale lui non può vivere. Il suo destino è quello di accettare questa forma se vuole appartenere alla comunità ed esistere nel consorzio umano, anche se questo non significa vivere, cioè trovare il proprio spazio e la propria vera dimensione. Sarà il caso, come vedremo, di Andrea Chiarcaro, protagonista della novella «La patente», deformato in maniera caricaturale-grottesca come uno iettatore che si presenterà davanti al giudice a chiedere la certificazione di quelle doti che tutti gli riconoscono e attribuiscono.
            Altre volte, compare nelle novelle la speranza che l’uomo possa trovare nella realtà la strada per riprendere a vivere e scoprire la vera identità. È il caso di «Il treno ha fischiato» e di «Ciaula scopre la luna».
La realtà c’è, è un dato che esiste prima di noi. La realtà ci provoca, ci suggestiona, ci sollecita, ci suggerisce un Mistero che sta oltre il sensibile e il visibile. Ci affascina con la sua bellezza purché noi la guardiamo con stupore e meraviglia, anche quando siamo immersi in problemi e portiamo pesanti croci. Talvolta, però, ci si dimentica che la realtà esiste, non ci si stupisce più e allora la monotonia e le difficoltà quotidiane ci schiacciano. Così accade a noi quanto è accaduto a Belluca, protagonista della novella pirandelliana «Il treno ha fischiato».
La narrazione inizia in medias res. Alla fine di una giornata di lavoro l’impiegato Belluca sembra impazzito. Al capo che gli chiede conto del lavoro svolto durante la giornata, Belluca risponde che «il treno ha fischiato». Tutto l’ufficio non può trattenersi dalle risa di fronte allo strano atteggiamento dell’impiegato. Questa è la comicità, quella risata irrefrenabile e irrispettosa di fronte a ciò che avvertiamo come contrario a quanto noi ci aspetteremmo («avvertimento del contrario» lo chiama Pirandello nel saggio L’umorismo). Il narratore, però, avverte che per chi avesse conosciuto bene Belluca quell’atteggiamento era quanto di più naturale potesse accadere: «Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca. Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell’uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita». Tornato a casa dall’ufficio, Belluca doveva accudire tre donne cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera, che volevano essere servite. Per sfamare tutte quelle bocche, terminata la cena, si procurava altro lavoro per la sera.
Per questo di fronte alla reazione di Belluca in ufficio non c’era proprio nulla da ridere. «Assorto nel continuo tormento di quella sciagurata esistenza […] senza mai un momento di respiro […] s’era dimenticato da anni e anni […] che il mondo esisteva». Un giorno, sdraiato sul divano, aveva sentito fischiare il treno «ed era corso col pensiero dietro a quel treno […]. C’era  fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s’avviava,… Firenze, Bologna, Torino, Venezia, […]. Il mondo s’era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, […]. Ora nel momento medesimo ch’egli qua soffriva c’erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti… Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così… c’erano gli oceani… le foreste…». Ora che qualcosa è accaduto nella sua vita, Belluca riprende a guardare la realtà e non tornerà più indietro. Sarà cosciente che la circostanza angusta in cui viviamo non definisce la nostra persona. C’è una realtà sorprendente e bella, ben più grande attorno a noi dalla quale noi possiamo attingere l’energia e l’entusiasmo per ripartire e affrontare la quotidianità. Ci sovvengono le parole che Papa Giovanni Paolo II rivolge agli artisti nel 1999 spiegando loro che la bellezza infonderà sempre quello stupore e trasmetterà quell’entusiasmo che permetteranno di rialzarsi e di ripartire. Rivolgendosi ancora agli artisti nel 2009 Benedetto XVI scrive che «speranza è vera figlia di bellezza». Questo è quanto accade a Belluca, che d’ora innanzi, dopo aver chiesto scusa al capoufficio e aver ripreso il lavoro precedente, non si dimenticherà mai della realtà sorprendente che esiste vicino e lontano da lui.
Ora il lettore guarda al protagonista con un sentimento nuovo, con un sorriso benevolo, che abbraccia l’umanità e il limite altrui, che cerca di comprenderne le fatiche, le stranezze, le ragioni di un comportamento che è distante dalle aspettative.
Questo è il sentimento del contrario, ovvero l’umorismo. Tra tutte le gradazioni del comico (ironia, satira, grottesco, sarcasmo, parodia, parossismo formale, …) l’umorismo è quella più benevola, la più commossa e pietosa, la più inspirata a quell’abbraccio amorevole della realtà che tutto guarda e tutto valuta con un giudizio che non cancella e non censura nulla. L’umorismo prende in considerazione tutti i fattori del reale, coglie i limiti delle situazioni e delle persone. Confronta tutto il reale con l’ideale e, pur avvertendo il limite della realtà, continua ad amarla.  L’umorista, a detta di Pirandello, vede «il mondo se non proprio nudo in camicia: in camicia il re». Proprio questa profonda intelligenza del reale che coglie la frantumazione dell’io contemporaneo si può aprire alla domanda di Qualcuno che risani la ferita dell’uomo.(La nuova bussola quotidiana del 18-1-2015)

mercoledì 8 aprile 2015

Pirandello. Un genio del Novecento. 11

11. "Enrico IV" - Il dramma della vita e dell'amore non vissuti


Tino Carraro - Enrico IV - Piccolo teatro di Milano - 1961-62
L’Enrico IV è il dramma pirandelliano più importante insieme ai Sei personaggi in cerca d’autore, scritto nello stesso anno, il 1921. Viene rappresentato per la prima volta il 24 febbraio del 1922 al Teatro Manzoni di Milano, ricevendo fin da subito il plauso della critica, tanto che Renato Simoni scrive dopo la prima: «La cronaca […] è lietissima: un pubblico a volte sorpreso, a volte incuriosito, a volte commosso ed esaltato, e, dopo due o tre scene, interamente conquistato. Era in tutti gli spettatori la coscienza che assistevano a un’opera che si poteva amare o non amare, ma che, comunque, aveva un valore insolito, una chiusa potenza, talora oscura, talora solo balenante, spesso chiarentesi con un’originalità audace e pur terribilmente ragionevole».

Un dramma, quindi, non semplice, ma geniale, che fin da subito colpisce per originalità della situazione, per sorprese, colpi di scena e suspense, in cui l’apparenza e la realtà si mescolano in una commistione che non lascia intendere al pubblico fino alla fine quale sia davvero la verità. Tradotto in diverse lingue, ottiene ben presto successi in Europa e nel mondo tanto da riscuotere l’interesse della nuova arte nascente, il cinema, con la versione del 1926.

Romolo Valli - 1979
In una lettera del 1921 Pirandello spiega l’antefatto che sta all'origine della presunta pazzia del protagonista: «Circa vent'anni addietro, alcuni giovani signori e signore dell’aristocrazia pensarono di fare per loro diletto, in tempo di carnevale, una “cavalcata in costume” in una villa patrizia: ciascuno di quei signori s’era scelto un personaggio storico, re o principe, da figurare con la sua dama accanto, regina o principessa, sul cavallo bardato secondo i costumi dell’epoca. Uno di questi signori s’era scelto il personaggio di Enrico IV; e per rappresentarlo il meglio possibile, s’era dato la pena e il tormento d’un studio intensissimo, minuzioso e preciso, che lo aveva per circa un mese ossessionato». Alla festa di carnevale Enrico IV si presentò in compagnia della fidanzata, che a sua volta impersonava Matilde di Canossa. Caduto da un cavallo imbizzarrito per colpa di Belcredi, suo rivale in amore, dopo aver battuto la testa, svenne e si risvegliò convinto di essere davvero il celebre Imperatore. Allora, i parenti favorirono la finzione, vennero addirittura assunti servitori e paggi che popolassero quella villa trasformata in corte. Intanto la vita proseguì per tutti. La fidanzata Matilde, divenuta amante di Belcredi, ebbe una figlia, di nome Frida.
Così capiamo le ragioni per cui vent'anni dopo gli antefatti appena raccontati il protagonista dell’opera appaia ancora in scena paludato con i costumi di Enrico IV, l’imperatore di Germania che si umiliò dinanzi a papa Gregorio VII, a Canossa nel 1077. Un giorno, si presentano alla corte il nipote Carlo di Nolli, Belcredi, Matilde, Frida e un medico con il piano di suscitare in Enrico IV uno choc che possa ricondurlo alla normalità. Il presunto pazzo è, in realtà, già rinsavito da otto anni, ma ha deciso di interpretare una parte, di fingere. Di questo il pubblico viene a conoscenza solo nel secondo atto, quando Enrico IV è a colloquio con i paggi e lo rivela loro. Dopo anni di pazzia, egli ha, quindi, recuperato la coscienza, accorgendosi che per tutti la vita è continuata, tranne per lui che si è cristallizzato nella forma, statica, non viva. Questo è il piano per provocare lo choc in Enrico IV. Vogliono fargli credere che dal quadro si materializzi il fantasma di Matilde di Canossa, incarnata da Frida, in tutto e per tutto simile a com'era l’amata di Enrico IV vent'anni prima. Enrico IV dapprima confessa la sua guarigione, poi stigmatizza come pazzi gli ospiti recatisi da lui con quel piano, infine trafigge il rivale in amore Belcredi. A questo punto, per fuggire dalla prigione, opta per interpretare una parte per tutta la vita, quella del pazzo.
L’opera è complessa e si presta a molteplici interpretazioni. Se tralasciamo la lettura ermeneutica metateatrale, ci interessa in particolar modo soffermarci sulla somiglianza tra vita e teatro tipicamente pirandelliana. Il protagonista rappresenta l’emblema dell’uomo che non vive davvero, ma interpreta una parte. Il tentativo di eliminazione del rivale Belcredi da parte di Enrico IV documenta il desiderio di annientamento di colui che ha scelto per la vita, quasi a voler indicare che è impossibile vivere davvero. Il teatro coincide con la vita, non c’è davvero differenza tra vita e teatro, proprio perché per l’uomo è impossibile partecipare in maniera vera al flusso pieno della vita. Tutti assistiamo ad uno spectaculum, vi prendiamo parte, magari anche da protagonisti, senza, però, davvero essere autonomi nelle decisioni, che per lo più subiamo come il protagonista del dramma che si ritrova in una forma, senza aver potuto amare la donna che avrebbe voluto sposare. Enrico IV «non uccide certo un rivale in una contesa di gelosia, ma il proprio doppio degradato, figura di quell'altra possibilità che è la vita goduta al prezzo di un insopportabile decadimento» (E. Gioanola). 
La vita fugge, il tempo scorre e l’uomo, quando ne prende coscienza, scopre l’invecchiamento e la morte.  «Forte come la morte è l’amore», recita il Cantico dei cantici, ma ad Enrico IV l’amore è negato e per questo lui ha paura della vita. Solo l’esperienza del perdono e della misericordia, solo lo sguardo amorevole di una persona che ci abbracci possono ridestare in noi l’entusiasmo per la vita e la sorpresa per il dono della realtà. Ma nessuno, in vent'anni, ha il coraggio di raccontare a Enrico IV la verità, tutti sono acquiescenti e favoriscono in lui la cristallizzazione della forma, tutti hanno per tanti anni quasi paura che lui possa scoprire la verità, fino all'atto finale che porterà alla tragedia conclusiva. Per questo, Enrico IV è il personaggio più tragico di Pirandello, colui che ha sempre cercato un luogo e una forma nobile e ideale, che ambisce ad appartenere ad una storia grande e imperiale, si convince per tanti anni di averla trovata fino a prendere coscienza che tutto è in realtà un’illusione, una finzione. 
Ci si può trovare alla fine scoprendo di non aver mai vissuto. Enrico IV esclama rivolto a Belcredi, pochi istanti prima di ferirlo: «Li (i capelli) ho fatti grigi qua, io, da Enrico IV, capisci? E non me n’ero mica accorto! Me n’accorsi in un giorno da solo, tutt’a un tratto, riaprendo gli occhi, e fu uno spavento, perché capii subito che non solo i capelli, ma doveva essere diventato grigio tutto così, e tutto crollato, tutto finito: e che sarei arrivato con una fame da lupo a un banchetto già bell'e sparecchiato».