giovedì 15 gennaio 2015

IL GIUOCO DELLE PARTI - Compagnia Umberto Orsini - Date Tournèe e note di Regia

Regia: Roberto Valerio 
Compagnia: Compagnia Orsini
Cast: con Umberto Orsini, Alvia Reale, Michele Di Mauro e con Flavio Bonacci,  Carlo De Ruggieri, Woody Neri 

DATE TOURNÉE

15/01/2015 - 18/01/2015: Verdi di Padova (PD)
20/01/2015 - 21/01/2015: Comunale di Teramo (TE)
22/01/2015 - 22/01/2015: Signorelli (acc. Arditi) di Cortona (AR)
23/01/2015 - 24/01/2015: degli Industri Comunale di Grosseto (GR)
29/01/2015 - 01/02/2015: Comunale di Ferrara (FE)
03/02/2015 - 05/02/2015: Novelli di Rimini (RN)
06/02/2015 - 06/02/2015: Savoia di Campobasso (CB)
10/02/2015 - 15/02/2015: Della Corte di Genova (GE)
17/02/2015 - 19/02/2015: Comunale di Thiene (VI)
20/02/2015 - 22/02/2015: Comunale di Treviso (TV)
24/02/2015 - 24/02/2015: Sociale di Cittadella (PD)
25/02/2015 - 01/03/2015: Toniolo di Mestre (VE)
03/03/2015 - 05/03/2015: Nuovo Giovanni da Udine di Udine (UD)
10/03/2015 - 22/03/2015: Piccolo Teatro - Teatro Strehler di Milano (MI)
24/03/2015 - 25/03/2015: Sociale di Como (CO)
27/03/2015 - 29/03/2015: Duse di Bologna (BO)
30/03/2015 - 30/03/2015: Teatro Sociale G. Busca di Alba (CN)
31/03/2015 - 31/03/2015: Giacosa di Ivrea (TO)
01/04/2015 - 01/04/2015: Sociale Villani di Biella (BI)
05/05/2015 - 17/05/2015: Carignano di Torino (TO)

NOTE DI REGIA

Leone Gala è un personaggio filosofo che ha raggiunto una stramba saggezza. Ha capito il gioco della vita, ne ha preso  consapevolezza. Tende a vivere  senza inciampi e discussioni inutili, senza compromettersi più di tanto: invulnerabile al dolore, impenetrabile alla gioia. La non partecipazione, l'estraneità alla vita è la sua salvezza (e la sua condanna). Sta alla finestra a guardare vivere gli altri. Leone Gala, s’è separato amichevolmente dalla moglie; egli continua ad essere ufficialmente il marito; ma vive per conto proprio in  una casa che è quasi un romitaggio. Ogni sera tanto per salvare le apparenze, passa dal portinaio della sua signora, domanda se c’è niente di nuovo e se ne và.  Se ne và verso i suoi cari libri e verso le batterie della sua cucina, perché egli coltiva con finezza la gastronomia, e ama comporre salse preziose aiutato dal suo cameriere-cuoco con il quale parla di Socrate e Bergson. Mentre il marito prepara gli intingoletti, la moglie fa due cose: si prende, o continua a tenersi un amante preso in precedenza, e si annoia. Si annoia perché è libera, sì, ma in fondo la sua libertà è relativa. E’ una libertà che il marito le concede e ciò la irrita. Se almeno il marito si disperasse per essere lontano da lei! Se almeno fosse geloso! Se almeno vivesse una vita acre e iraconda! Ma no, egli è tranquillo; egli s’è vuotato d’ogni sentimento; è ormai uno spettatore del mondo. La signora Gala, indignata, vuole farlo diventare attore. Al punto che, quando le si presenta una fortuita occasione – l’involontaria ma gravissima offesa fattale da un gentiluomo – progetta di mettere a repentaglio la vita del marito, trascinandolo in un duello……..
Nella vita usuale e ripetitiva di Leone Gala, nella ragnatela delle consuetudini e delle abitudini, in cui ogni personaggio recita una parte assegnata nel teatrino dal cielo di carta della vita, il Caso crea uno strappo in quel teatrino, introducendo un elemento di crisi, in modo improvviso e devastante. Così come accade nella novella “Quando si è capito il giuoco”, lo spettacolo muove i suoi primi passi proprio dallo strappo, dal momento cioè in cui Silia racconta a Leone Gala  di essere stata oltraggiata sanguinosamente. Immaginando Leone Gala rinchiuso in una sorta di “Stanza della tortura”, egli ripercorre ossessivamente i fatti; ma ricucire quello strappo è impossibile, impossibile continuare la vita di prima, se non a patto di una lucida follia. Leone Gala ricostruisce la vicenda attraverso la sua memoria. Naturalmente, a distanza di tempo, i ricordi di Leone non possono che essere frammentati, distorti, offrendoci dei fatti una sua versione-visione, assolutamente parziale e soggettiva, ricostruendo nella sua testa anche momenti della vicenda che egli non ha realmente vissuto. Tutto questo amplifica i possibili piani del racconto: Silia è veramente un lucido architetto del possibile delitto del marito? E’ stata realmente sanguinosamente oltraggiata o è solo un pretesto per portare il marito al duello? Silia è una donna strega-Alcina o una  fragile e complessa donna moderna? Guido Venanzi, amante di Silia, è un freddo complice della trappola ordita, o una vittima della follia omicida di Silia e della follia filosofica di Leone? Leone Gala è riuscito veramente a svuotarsi (come ci racconta) dei sentimenti e delle passioni della vita o è invece un rancoroso marito tradito che lucidamente uccide l’amante di Silia? E soprattutto; commettere un assassinio crea una frattura insanabile nella vita di qualsiasi uomo: cosa accade nella testa di Leone Gala dopo tale frattura? 





APPUNTI DI UN CAPOCOMICO


Da alcuni anni ho preso l'abitudine a leggere libri che avevo già letto in gioventù e, come immagino capiti a tutti quelli che come me abbiano questo piacere del rileggere, mi trovo di fronte a pagine che avevo totalmente dimenticato o che non mi avevano particolarmente colpito addirittura leggo episodi che mi risultano totalmente nuovi tanto da chiedermi se li avevo saltati per pura distrazione. Sono tante le sorprese che possono nascere da questa pratica. A volte ti capita di restare deluso dalla rilettura e dunque rimpiangere quelle emozioni che ti sembrava di aver provato un tempo e non puoi ritrovare più, ma spesso, grazie al cielo, la rilettura provoca scoperte inattese e sensazioni e stati d’animo non raggiunti in precedenza.

 Decidendo di rifare "Il gioco delle parti" a distanza di una quindicina d'anni da una messa in scena di Gabriele Lavia per il Teatro Eliseo, che all’epoca dirigevo con lui insieme a Rossella Falk, mi scopro nella stessa posizione di quando riprendo un libro in mano e sento che molti pericoli sono in agguato primo fra tutti quello di non trovare le stesse emozioni di quella prima volta.
Oggi che certamente sono più anziano, ma direi anche più maturo, mi chiedo con quale sguardo potrei riprendere quella storia e trovarci qualcosa di trascurato prima e perciò di inedito e in fin dei conti di nuovo. Così, col mio regista Roberto Valerio che proprio con me aveva debuttato come attore in quel "Giuoco delle parti" di tanti anni fa, e che in seguito dopo aver spesso lavorato accanto a me per una decina d'anni aveva deciso di proseguire il suo lavoro in totale autonomia, e con ottimi risultati, ci siamo posti una domanda, fra le tante possibili, che subito ci ha fatto scattare la corda matta che sta sempre in agguato nella mente di un teatrante. La domanda era la seguente: ma questo protagonista della storia, questo Leone Gala, che dice di aver capito il gioco, questo famigerato "gioco della vita" lo aveva poi veramente capito? Spesso è necessario partire da un tentativo di rovesciamento di quello che appare evidente per poter arrivare a scoprire cosa c’è dall'altra parte della facciata. La didascalia originale di Pirandello che accompagna il finale della commedia ci descrive un Leone quasi serafico che, dopo aver mandato un amico al macello, si appresta a gustare il suo uovo alla coque quotidiano. Questa è l'immagine che chiude tutte le edizioni che ho visto di questa pièce, a partire da quella storica di De Lullo fino ad arrivare a quella mia e di Lavia di quindici anni fa. Ed è certamente l'immagine di un cinismo sublime ed insieme inquietante. Proprio questo sinistro aspetto della personalità di Leone Gala ha fatto nascere, nel mio giovane regista e in me questa domanda: ma davvero finisce tutto li? Quest’uomo che in nome della ragione ha rifiutato il contatto con i suoi simili, quest'uomo che si è vuotato delle proprie emozioni e si è dedicato ad una vita di reclusione dividendosi tra i libri e la cucina, metafora del vuoto e del pieno, quest'uomo che parla quasi continuamente di istinto e di ragione..... in fondo non è un uomo che ... s-ragiona? E se così fosse, ci siamo chiesti, quale potrebbe essere la sorte riservata ad un uomo così sragionante una volta che il sipario si sia chiuso davanti a lui? Un tipo di domanda che può avere risposte solo arbitrarie naturalmente, ma sulle quali alcuni, anche grandissimi, hanno costruito risposte fondamentali per le loro teorie di estetica teatrale. Ebbene noi abbiamo voluto essere un po' ingenui, e senza prenderci troppo sul serio, abbiamo cominciato a ipotizzare possibili scenari di una post-vicenda, e abbiamo immaginato un Leone Gala che viva oltre il limite che la commedia gli ha assegnato, un Leone più invecchiato e ossessivamente alla ricerca del suo passato, e che lo rivive come farebbe uno scrittore che voglia mettere ordine alle sue bozze o cambi l'ordine delle scene, o addirittura le sopprima. Difendo questa scelta per puro interesse di resa teatrale, senza cercare di ammantarla di facile ideologia. Prendetela come volete ma questa arbitrarietà so che ci permetterà di ripercorrere quella storia da un punto di vista che non è solo quello dell'autore, come sovente e giustamente avviene, ma dal punto di vista del personaggio che, diventato lui sì vero autore di se stesso, cerca sul palcoscenico una sua nuova identità. Mi rendo conto che tutto questo suona terribilmente pirandelliano ma ci sarebbe da sorprendersi se non fosse così. Per dare un avvio al progetto, e per prenderci un po' sul serio, siamo risaliti alla novella dello stesso Pirandello che aveva ispirato la commedia e che aveva come titolo "Quando si è capito il giuoco" e, come tra l’altro ci aspettavamo, l'abbiamo trovata più sanguigna della commedia stessa, più borghese, più vicina a quelle piccole storie di tradimenti e di corna che spesso finiscono con la morte di uno dei due rivali, soprattutto è una storia disperatamente ironica e un po' pazza. Gli anni in cui aveva finito di scrivere la commedia erano quelli che avevano visto piombare nella vita domestica di Pirandello il dramma dei disturbi mentali della moglie Nietta… Storie di tutti i giorni insomma, novelle per un anno, di quelle che, quando avvengono sul serio e finiscono tragicamente come nel nostro caso, fanno dire alla gente: “Ma quel tale che si è comportato così io lo conoscevo”, “Era una brava persona, tanto tranquilla...ma chi l’avrebbe mai detto!” Già, chi l'avrebbe mai detto? Apparentemente Leone Gala è una gran brava persona ma è certamente un folle, un assassino col sorriso sulle labbra e la morte nel cuore. Nel nostro spettacolo lo ritroviamo in un luogo che non può essere una prigione perché la sua colpa, nonostante la tragica conclusione, è stata solo virtuale. Lo ritroviamo in un luogo che potrebbe essere un palcoscenico così come su un palcoscenico veniva recitato dagli attori "Il giuoco delle parti" prima che dalla platea entrassero "I sei personaggi" in cerca del loro autore nella rivoluzionaria commedia di Pirandello, abbinamento curioso ma del quale in un certo modo dobbiamo tener conto, perché Pirandello comincia il suo capolavoro proprio con un tentativo, poi interrotto, di provare questa commedia e non altre? Il luogo dove collochiamo il nostro protagonista è certamente uno spazio dove la ragione convive con la pazzia, dove gli abiti mentali con cui si sono mascherate le apparenze sono stati dismessi, dove il passato ritorna perché del passato non si può vedere solo ciò che è passato ma anche ciò che è sempre presente; è il "luogo - prigione" di un Enrico IV che gira in costume là dove tutti sono vestiti normalmente e tutti fanno finta di non accorgersene... È il palcoscenico di Hinkfuss, il regista di "Questa sera si recita a soggetto", che in piena crisi creativa cambia le scenografie quasi a capriccio e commenta le azioni degli attori durante le prove… È soprattutto un luogo che scardina il salotto borghese ed allarga il campo verso qualcosa di più proiettato all'esterno, un esterno in cui l'uomo è più disarmato e perciò più vulnerabile e in qualche modo più simile e vicino ai nostri contemporanei.
 Questa è la seconda produzione della compagnia alla quale ho dato il mio nome e mettendo accanto a talenti sicuri come Alvia Reale, Michele di Mauro e Flavio Bonacci altri attori rigorosamente scelti nel tentativo di scavalcare gli stereotipi che di solito infestano queste commedie apparentemente borghesi ho voluto dare a tutti un motivo per lavorare con creatività innovativa ma con intelligente rispetto della tradizione. Sono molto orgoglioso del lavoro fatto fin qui e qualunque possa essere il risultato finale ho la consapevolezza di aver trasmesso alla compagnia tutti i valori di professionalità e di rigore che la storia dalla quale provengo mi hanno insegnato.
Non abbiamo ancora deciso se nel finale del nostro spettacolo io spezzerò un uovo alla coque come si è sempre fatto (sto scrivendo queste note durante le prove...), ma certamente quel finale appartiene al passato, Leone Gala lo ha già vissuto....e quello che lo attende è sicuramente o un riposo che lo allontani dalla meschinità degli uomini e lo avvicini alla serenità degli dei...o qualcosa che in questi giorni ci verrà in mente e dunque, al momento, una sorpresa. Oggi, nel momento in cui state leggendo queste mie note, prima che si alzi il sipario, è chiaro che qualche soluzione saremo riusciti a trovarla e mi auguro che non sia solo una trovata teatrale ma una vera idea, di quelle che mettano in evidenza il senso del lavoro che stiamo inseguendo da mesi e che chiarifichino a noi quello che abbiamo tentato di fare e a voi quello che state per vedere.
Umberto Orsini.

lunedì 12 gennaio 2015

L'uomo, la bestia e la virtù - Teatro Sala Fontana Milano - Dal 27-1-2015 al 8-2-2015



Personaggi e Interpreti

Il trasparente professor Paolino Roberto Trifirò
La virtuosa signora Perella Maria Ariis
Capitano Perella Stefano Braschi
Il dottor Nino Pulejo Vincenzo Giordano
Il signor Totò Sergio Mascherpa
Rosaria Giuditta Mingucci 
Giglio Stefano Braschi
Belli Sergio Mascherpa
Nonò Antonio Giuseppe Peligra
Grazia Monica Conti


Scritta nel 1919, deriva dalla novella Richiamo all'obbligo (1906).
Il trasparente signor Paolino, professore privato, ha una doppia vita: è l'amante della signora Perella, moglie trascurata del capitano di mare Perella, che torna raramente a casa perché ha un'altra donna a Napoli ed evita di avere rapporti fisici con la moglie, usando ogni pretesto.La tresca potrebbe durare a lungo e indisturbata ma, inaspettatamente, la signora Perella rimane incinta del professor Paolino.
Il professore è costretto dunque ad adoperarsi per gettare la sua amante fra le braccia del marito, studiando tutti i possibili espedienti.
Il caso è drammatico, perché il capitano Perella si fermerà in casa una sola notte e poi resterà lontano almeno altri due mesi. Paolino farà preparare allora una torta afrodisiaca, suggerirà alla signora Perella di mettere in mostra “i tesori” di grazia e bellezza tenuti “gelosamente e santamente” custoditi e la truccherà addirittura da “baldracca” per attizzare nuovamente il marito restio agli obblighi coniugali e far passare suo figlio per figlio legittimo del capitano Perella e della moglie.
NOTE DI REGIA
Pirandello definì L'uomo, la bestia e la virtù una “tragédie noyée dans une farce”, in occasione della rappresentazione dell'opera a Parigi. 
Senza destrutturare il testo, come avevo fatto ne L'Innesto, ho centrato il mio lavoro sul doppio, che è presente nell'opera sia a livello tematico che linguistico. 
L'attrito tra un linguaggio ecclesiastico, melodrammatico e retorico (tipico dell'italietta del primo '900, ma purtroppo in voga molto spesso anche oggi) e ciò che esso vuole occultare, un fondo laido, osceno e scurrile, serve in questo apologo a esplorare la duplicità dell'uomo.
Il ridicolo e lo strazio che deriva dal contrasto immanente tra l'uomo e la bestia che ogni uomo ha in sé. 
Lo squilibrio diviene poi parossistico quando l'ipocrisia vuole occultare l'eros e crea maschere oscillanti tra due poli, come nel caso della Virtù, questa beghina, madre e moglie, che nasconde la “baldracca da trivio” che farà riaccendere l'eros assopito della Bestia. Immagine che era già nella mente dell'Uomo che così la agghinda, Paolino, professore cinico e svogliato. 
Era già nascosta nella sua mente piovosa e bagnata, come forse anche tutte le altre figurine di questa storiella tragicomica sospesa tra realtà e sogno, che racconta molto, credo, anche oggi, di noi. (Monica Conti)

domenica 11 gennaio 2015

Nello studio di Pirandello

"Una  traversa remota in fondo a via Nomentana, appena tracciata e ancora senza fanali...Un pezzo di giardinetto con una fontanella,il cui chioccolio nei notturni silenzi gli è caro".

Così Pirandello, in una sua novella descrive il luogo dove visse dal 1993 al 1918 e poi ancora per una strana coincidenza,dal 1933 fino alla fine dei suoi giorni.
Purtroppo oggi parte della villa è adibita ad Ufficio Metrico del dosaggio dei Metalli Preziosi.
Soltanto al secondo piano,in quello che fu lo studio del Maestro è situato l'Istituto di Studi Pirandelliani.
Si tratta di un grande salone-studio con i libri appartenuti a Pirandello o quello che rimane della grande biblioteca pirandelliana.
C'è poi la piccola camera da letto con un lettuccio, l'armadio contenente alcuni vestiti, tra i quali la divisa da Accademico d'Italia.

In questa casa che lo scrittore abitò negli ultimi anni della sua vita, egli tornò stanco e disperatamente solo; Marta Abba, il suo tormentato amore è lontana. E' andata a conquistare i palcoscenici d'America.
Ma ciò di cui vogliamo occuparci è la storia di un sodalizio artistico di straordinaria importanza.

Pirandello aveva sempre amato gli attori dialettali e fu per questo che nel febbraio del 1933 si recò insieme con Marta Abba al Teatro Sannazzaro di Napoli, dove la compagnia del Teatro Umoristico fondata dai tre fratelli  De Filippo riscuoteva un grandissimo successo di pubblico e di critica.
Si divertiva come un bambino alle imprese di " Sik-Sik, l'artefice magico" e volle conoscere gli attori

La grande semplicità di Pirandello fece trovare ad Eduardo il coraggio per proporre la traduzione in napoletano di un'opera del Maestro: "Liolà".
 Non solo il permesso venne accordato ma quella sera stessa si progettò di trarre una commedia dalla novella "L'Abito Nuovo".
Si erano gettate le basi per una straordinaria collaborazione tra due grandi del Teatro Italiano.
Intanto Eduardo mette in scena "Liolà" con Peppino, grandissimo interprete. Il successo, all'Odeon di Milano, fu pieno, con ventidue chiamate per l'Autore e Peppino.
Gli spettatori sollevarono di peso Pirandello fino al  palcoscenico. All'Argentina di Roma alla decima replica lo scrittore dovette accontentarsi di una sedia aggiunta.
Quando i due tornano a parlare de "L'Abito Nuovo", la  proposta che Pirandello fa al giovane Eduardo è talmente straordinaria da lasciarlo quasi sgomento:" Facciamola insieme! Se io scrivo la commedia in italiano, Lei poi dovrà tradurla. Se invece i dialoghi li scriviamo insieme il personaggio centrale parlerà con le sue parole, allora sarà più vivo e più reale!"
Ed è così che ogni giorno di quel dicembre del '35 Eduardo bussa al portone di via Antonio Bosio 15, a due passi da Villa Torlonia.

Così il ricordo di Eduardo:" Per quindici giorni sono stato al Suo scrittoio.

Lei era seduto di fronte a me, in un'ampia poltrona, ed ogni tanto mi passava dei pezzettini di carta con le battute segnate da Lei che davano il via alle scene principali. Io traducevo in vernacolo il Suo pensiero. Così è nato"L'Abito Nuovo".
Sulla scrivania c'era un volume del " Berretto a sonagli". Lei mi disse:" Perchè non lo mette in scena?"
Infatti un mese dopo al Fiorentini di Napoli, la commedia trionfò con una serie di esauriti. Poi la Compagnia debuttò a Milano, e durante le repliche ricevetti un suo telegramma; Le risposi chiedendole di rimandare all'anno prossimo il varo de "L'Abito Nuovo".Non ebbi risposta. Evidentemente Lei era in collera con me...dopo quattro mesi c'incontrammo ai funerali del povero Petrolini e il sedici novembre al Quirino, iniziammo la stagione con "Il Berretto a Sonagli". Lei venne nel mio camerino,dopo il secondo atto e io Le dissi:" Maestro,Lei è stato un poco in freddo con me, perchè non ho messo in scena la nuova commedia. Posso dirLe una cosa? Il Suo spirito è tanto giovane che le dà l'aria del novellino che si presenta al capocomico con il copione sotto il braccio e la febbre de veder rappresentato il suo primo lavoro".
Lei mi rispose queste parole che non dimenticherò mai:" Ma tu caro Eduardo, puoi attendere,io no!"
Prendemmo appuntamento per il 5 dicembre ma Suo figlio Stefano mi telefonò pregandomi di rinviare per una Sua indisposizione. Il giorno dieci, la  radio annunziava la Sua morte...Sì, glielo confesso, pure io ho creduto alla Sua morte, anche perchè Lei non mi ha più scritto: questo Suo disinteresse me lo ha fatto credere. Ora La vedo qui, e non posso negare il mio stupore. Anzi, Maestro, La prego: segga qui accanto al tavolino, in onore ancora della sua benevolenza.
Oggi sono alla decima prova della commedia e Lei è qui: giuro,anche nei giorni scorsi Lei era qui, mi suggeriva le intonanzioni, l'ho vista vibrare e vivere la parte insieme a me...qualche volta mi ha pure detto:"Bravo!" Non c'è dubbio Lei è qui. Ora mi guarda sorridendo, non c'è più rimprovero nel Suo sguardo: grazie! E allora, se mi ha perdonato, trovo il coraggio di dirLe: Sono stato uno sciocco, non dovevo crederlo, perchè quando nella vita si assume la parte di Pirandello, non si muore. Io nella vita  ho assunto la parte di attore e allora posso non credere alla Sua morte. Maestro, per amor di Dio, venga a tutte le prove, ho bisogno del Suo aiuto, e per carità, non mi manchi alla prima rappresentazione!"

Lo scrittore Giovanni Macchia definì Casa Pirandello una " casa viva degna di uno scrittore più che mai vivo!"
E per chi volesse entrare in punta di piedi in un'atmosfera tutta pirandelliana, può farlo il martedì e il giovedì mattina previa prenotazione.

Silvia Montanari dalla rivista "Romanità".