domenica 28 giugno 2015

Aveva ragione Pirandello


Per costruire un’altra Italia, è dispensabile la sapienza del discernimento, la pazienza dell’attesa, la dolcezza che non recrimina, il controllo della ragione, il tutto alla luce della fede

«Civile, esser civile, vuol dire proprio questo: dentro, neri come corvi; fuori, bianchi come colombi; in corpo fiele; in bocca miele».

Luigi Pirandello nasceva 148 anni fa ad Agrigento. Ma le parole messe in bocca al protagonista d’uno dei suoi drammi, il Paolino di “L’uomo, la bestia e la virtù”, sembrano scritte ieri e diventano fotografia attuale e drammatica d’una società che stenta a tenere stretto tra le dita il filo del rigore etico e morale, o di qualcosa che almeno gli assomigli. Un’amarezza che lo stesso scrittore siciliano, del resto, ebbe a sperimentare sulla sua pelle: egli era un uomo dell’Ottocento, il secolo degli ideali. Ai suoi occhi, la causa del Risorgimento era finita affogata nel mefitico mare della corruzione in cui l’Italia, da poco unificata, era naufragata. Fu lo scandalo della Banca Romana, esploso nel 1892, ad ispirargli versi di aspra denuncia, che lo qualificarono in ambito letterario e ne posero in evidenza l’impegno civile e politico. «Diluviava il fango; e pareva che tutte le cloache della città si fossero scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma dovesse affogare in quella torbida fetida alluvione di melma, su cui svolazzavano stridendo, neri uccellacci, il sospetto e la calunnia? Era la bancarotta del patriottismo, perdio!», scriveva, dando sfogo ai suoi incubi di idealista tradito nelle aspettative che la rivoluzione del 1860 gli aveva inculcato. Ed è difficile dire se egli sia stato un precursore dei tempi oppure se il Belpaese abbia sempre sofferto endemicamente di mali quali l’ipocrisia, la corruzione, il trasformismo.
Come dimostrano proprio le opere del Nostro, di certo, c’é che pure di fronte ad ogni marcio non dobbiamo mai alzare bandiera bianca, specialmente noi cristiani. Per vincere la bufera della vita spesso bisogna subire umiliazioni, tollerare dure prove, lavorare con tenacia attorno a piccole cose. Questo non dà medaglie, né elogi e neppure  consolazioni. Eppure è solo così che si riesce a superare ostacoli a prima vista invalicabili. Ed è qui che emerge la vera moralità, anzi il più generoso e impegnativo compito: quello della costanza e della fedeltà. Un genitore che con tenacia adempie alla propria vocazione nelle piccole e umili incombenze, un cristiano coerente con la propria fede, all’occasione pagandone il prezzo, e chiunque si consacra alla  missione scelta senza suonare la tromba davanti a sé, testimoniano la grandezza della loro anima e incarnano ciò che è indispensabile: un eroismo quotidiano ed oscuro, fatto di piccole cose, specialmente in questo mondo dove  impera ciò che fa notizia, a detrimento dei tanti che, col loro silenzioso ed esemplare sacrificio, aiutano a costruire una  società  più giusta ed umana.
In tutto è indispensabile la sapienza del discernimento, la pazienza dell’attesa, la dolcezza che non recrimina, il controllo della ragione. Mancando tutto questo e senza la luce della fede non si è nulla, non si costruisce un’altra Italia. Perché, per dirla sempre con Pirandello, «quando tu, in una parola, vivrai senza la vita, penserai senza un pensiero, sentirai senza cuore, allora tu non saprai che fare: sarai un viandante senza casa, un uccello senza nido».

giovedì 7 maggio 2015

Articolo - «Il mio Pirandello gloria del fascismo» - Corriere della Sera 2002

L' INEDITO dal Corriere della Sera Pagina 25 (28 luglio 2002)


Pubblichiamo l' articolo inedito su Pirandello che Luigi Baldacci, qualche giorno prima della morte, aveva scritto per il Corriere.

«Il mio Pirandello gloria del fascismo»


Durante la tournée del 1927 in Brasile e in Argentina, per tagliar corto con le provocazioni della stampa antifascista, Pirandello avrebbe detto: «All'estero non ci sono né fascisti né antifascisti, ma siamo tutti italiani». Sia stata o no realmente pronunciata, la frase non piacque ai fascisti che ci videro l' oscuramento di quella fede politica culminata già nella richiesta di tessera fatta nel momento di maggior difficoltà del regime, nei mesi cioè che seguirono al delitto Matteotti. C'era stato all'inizio un interesse personale - la speranza che il fascismo risolvesse i problemi del teatro italiano - ma c' era anche nello scrittore un radicato e candido convincimento che durante la tournée negli Stati Uniti, poco prima che Matteotti fosse ucciso, lo aveva portato ad affermare che Mussolini mirava all'elevazione delle classi lavoratrici anche se non avrebbe consentito che le conquiste del proletariato avvenissero a danno della nazione. In altre parole la favola reazionaria di Menenio Agrippa, ma, per così dire, confortata dall'esperienza diretta essendogli apparsi gli americani come vittime di una «tragedia spirituale» legata a un'incorreggibile mentalità democratica (si ricordi che erano quelli gli anni ruggenti di Dos Passos): il tutto consegnato a un'intervista di Orio Vergani per L'Idea nazionale.

 Interviste a Pirandello s'intitola appunto il volume edito da Rubbettino, a cura di Ivan Pupo e con prefazione di Nino Borsellino (pagine 651, euro 36,00), che mette in ordine cronologico poco meno di duecento pezzi giornalistici. Pirandello, ci ricorda Borsellino, fu lo scrittore più intervistato del nostro Novecento, ma oggi l' utilità di un libro come questo, che assomma l'edito all'inedito, consiste soprattutto nella vastità del commento, al quale non fa peraltro difetto una precisa direzionalità, se specialmente il drammaturgo, più che il narratore, aveva capito, come nessuno prima, la funzione del giornalismo moderno; e «L'opera di Pirandello tra letteratura e industria dell' informazione» s' intitola il saggio introduttivo di Ivan Pupo. A chi poi ci chiedesse come esca l'autore da questa protratta auto esposizione diremmo che ne esce in un'immagine semplificata all'estremo, anche perché quello che gli preme veramente - e lo ripete di continuo - è il pubblico e non i critici. Accade così che il più intellettuale degli scrittori sia fin troppo consapevole che con gli intellettuali italiani, che gli rimproveravano di non essere né uno scrittore né un filosofo, non avrebbe mai avuto la meglio, e allora gioca al ribasso, si costruisce un'ingenuità difensiva, e quando un giornalista dell'Ora gli domanda quali siano per lui i giovani più interessanti, risponde che sono Moretti, Fracchia e Paolieri perché «hanno delle pagine piene di calore e umanità». E dato che gli intellettuali e i critici non gli consentono di celebrare il connubio tra pensiero e letteratura (non lo consentivano neppure a Leopardi), Pirandello gli oppone la scelta del fascismo che sente, per la pretesa pragmaticità politica, come un usbergo contro la loro stessa retorica: un paradosso assoluto. Sarà Telesio Interlandi, direttore del Tevere e dal ' 38 bieco promotore della campagna antisemita, a guardargli le spalle; ma il favore è reciproco essendo ormai chiaro che per il regime il fiore all' occhiello da esibire all' estero non è più D' Annunzio, ritirato a vita privata, ma Pirandello nella sua dirompente modernità.

Baldacci Luigi

Pagina 25
(28 luglio 2002) - Corriere della Sera

lunedì 27 aprile 2015

Pirandello. Un genio del Novecento. 12

12. Il treno ha fischiato, la realtà finalmente si svela



Pirandello scrisse novelle per tutto l’arco della vita, pubblicando ben quindici tomi di quindici novelle ciascuno che costituiranno poi due volumi dal titolo significativo di Novelle per un anno, editati postumi nel 1937, naturalmente rivisitati e corretti, con un’appendice di venticinque novelle inedite. Il progetto complessivo di Pirandello doveva comprendere ben ventiquattro libri di quindici novelle in modo da coprire tutti i giorni dell’anno.
            Le novelle costituiscono una fucina in cui lo scrittore lavora materiale grezzo che sarà poi pronto per essere utilizzato in altri ambiti (teatrale o romanzesco). Ricordiamo, a titolo di esemplificazione, quella stupenda novella «La signora Frola e il signor Ponza suo genero» che diverrà più tardi l’opera teatrale Così è (se vi pare).
 
Spesso la misura breve della novella si presta alla rappresentazione di un caso particolare della vita e di un personaggio. Il protagonista è, talvolta, oggetto di parossismo formale, per così dire crocefisso ad una forma, che è il punto di vista delle persone che gli stanno attorno al di fuori del quale lui non può vivere. Il suo destino è quello di accettare questa forma se vuole appartenere alla comunità ed esistere nel consorzio umano, anche se questo non significa vivere, cioè trovare il proprio spazio e la propria vera dimensione. Sarà il caso, come vedremo, di Andrea Chiarcaro, protagonista della novella «La patente», deformato in maniera caricaturale-grottesca come uno iettatore che si presenterà davanti al giudice a chiedere la certificazione di quelle doti che tutti gli riconoscono e attribuiscono.
            Altre volte, compare nelle novelle la speranza che l’uomo possa trovare nella realtà la strada per riprendere a vivere e scoprire la vera identità. È il caso di «Il treno ha fischiato» e di «Ciaula scopre la luna».
La realtà c’è, è un dato che esiste prima di noi. La realtà ci provoca, ci suggestiona, ci sollecita, ci suggerisce un Mistero che sta oltre il sensibile e il visibile. Ci affascina con la sua bellezza purché noi la guardiamo con stupore e meraviglia, anche quando siamo immersi in problemi e portiamo pesanti croci. Talvolta, però, ci si dimentica che la realtà esiste, non ci si stupisce più e allora la monotonia e le difficoltà quotidiane ci schiacciano. Così accade a noi quanto è accaduto a Belluca, protagonista della novella pirandelliana «Il treno ha fischiato».
La narrazione inizia in medias res. Alla fine di una giornata di lavoro l’impiegato Belluca sembra impazzito. Al capo che gli chiede conto del lavoro svolto durante la giornata, Belluca risponde che «il treno ha fischiato». Tutto l’ufficio non può trattenersi dalle risa di fronte allo strano atteggiamento dell’impiegato. Questa è la comicità, quella risata irrefrenabile e irrispettosa di fronte a ciò che avvertiamo come contrario a quanto noi ci aspetteremmo («avvertimento del contrario» lo chiama Pirandello nel saggio L’umorismo). Il narratore, però, avverte che per chi avesse conosciuto bene Belluca quell’atteggiamento era quanto di più naturale potesse accadere: «Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca. Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell’uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita». Tornato a casa dall’ufficio, Belluca doveva accudire tre donne cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera, che volevano essere servite. Per sfamare tutte quelle bocche, terminata la cena, si procurava altro lavoro per la sera.
Per questo di fronte alla reazione di Belluca in ufficio non c’era proprio nulla da ridere. «Assorto nel continuo tormento di quella sciagurata esistenza […] senza mai un momento di respiro […] s’era dimenticato da anni e anni […] che il mondo esisteva». Un giorno, sdraiato sul divano, aveva sentito fischiare il treno «ed era corso col pensiero dietro a quel treno […]. C’era  fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s’avviava,… Firenze, Bologna, Torino, Venezia, […]. Il mondo s’era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, […]. Ora nel momento medesimo ch’egli qua soffriva c’erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti… Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così… c’erano gli oceani… le foreste…». Ora che qualcosa è accaduto nella sua vita, Belluca riprende a guardare la realtà e non tornerà più indietro. Sarà cosciente che la circostanza angusta in cui viviamo non definisce la nostra persona. C’è una realtà sorprendente e bella, ben più grande attorno a noi dalla quale noi possiamo attingere l’energia e l’entusiasmo per ripartire e affrontare la quotidianità. Ci sovvengono le parole che Papa Giovanni Paolo II rivolge agli artisti nel 1999 spiegando loro che la bellezza infonderà sempre quello stupore e trasmetterà quell’entusiasmo che permetteranno di rialzarsi e di ripartire. Rivolgendosi ancora agli artisti nel 2009 Benedetto XVI scrive che «speranza è vera figlia di bellezza». Questo è quanto accade a Belluca, che d’ora innanzi, dopo aver chiesto scusa al capoufficio e aver ripreso il lavoro precedente, non si dimenticherà mai della realtà sorprendente che esiste vicino e lontano da lui.
Ora il lettore guarda al protagonista con un sentimento nuovo, con un sorriso benevolo, che abbraccia l’umanità e il limite altrui, che cerca di comprenderne le fatiche, le stranezze, le ragioni di un comportamento che è distante dalle aspettative.
Questo è il sentimento del contrario, ovvero l’umorismo. Tra tutte le gradazioni del comico (ironia, satira, grottesco, sarcasmo, parodia, parossismo formale, …) l’umorismo è quella più benevola, la più commossa e pietosa, la più inspirata a quell’abbraccio amorevole della realtà che tutto guarda e tutto valuta con un giudizio che non cancella e non censura nulla. L’umorismo prende in considerazione tutti i fattori del reale, coglie i limiti delle situazioni e delle persone. Confronta tutto il reale con l’ideale e, pur avvertendo il limite della realtà, continua ad amarla.  L’umorista, a detta di Pirandello, vede «il mondo se non proprio nudo in camicia: in camicia il re». Proprio questa profonda intelligenza del reale che coglie la frantumazione dell’io contemporaneo si può aprire alla domanda di Qualcuno che risani la ferita dell’uomo.(La nuova bussola quotidiana del 18-1-2015)