giovedì 31 maggio 2012

Parricidi: Debenedetti legge Pirandello

di Franca Angelini

Strani i giochi di prospettive e di trompe-l'oeil che la storia della letteratura provoca nella memoria: Debenedetti, nostro contemporaneo a pieno titolo, è un quasi-contemporaneo di Pirandello, che pensiamo invece come un classico del primo Novecento. Ma la lunga recensione a Una giornata di Pirandello pubblicata da Debenedetti nel "Meridiano di Roma" dell'8-15 agosto 1937 ricorda che Pirandello è appena morto e che questa recensione è contemporanea a un'altra famosa orazione funebre, quella di Bontempelli alla Regia Accademia d'Italia, del gennaio, intitolata “Pirandello o del candore” orazione centrata sulla capacità del drammaturgo morto di guardare il mondo con occhi ingenui e di conservare intatta una memoria infantile, memoria di una vita primitiva felice di cui punge ricordanza e nostalgia: candore o, come Cocteau lo chiamava., angelismo (chi ha visto il film di Handke-Wenders Il cielo sopra Berlino sa cosa intendeva Bontempelli). Nello stesso anno 1937 Bontempelli scriveva un saggio dedicato a Leopardi "l'uomo solo", altro "candido" insieme a San Francesco e altro mito poetico anche di Debenedetti.

I due critici, il più anziano e il giovane, cercano un autore attraverso i suoi personaggi o meglio cercano, attraverso questi, il personaggio-autore: tutti e due rispondono, a loro modo, alla domanda: Pirandello chi? Bontempelli riusa una sua categoria, quella del candore, già applicata al personaggio femminile di Minnie: ci richiama l'origine della parola poetica, anteriore alla parola della ragione, cercata da Mallarmé: ci richiama lo sguardo meravigliato e la memoria intatta; nel caso del drammaturgo siciliano il candore sottolinea il carattere visionario del suo teatro mentale, il suo essere invaso dai personaggi anziché sceglierli e selezionarli, il suo antiintellettualismo.
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