martedì 11 settembre 2012

“La toccatina”: l’afasia del poliglotta in Pirandello

“La toccatina” che dà il titolo alla novella di Luigi Pirandello arrivò come un fulmine a ciel sereno:

 “…Mentre desinava con la sorella vedova e il nipote, Cristoforo Golisch improvvisamente stravolse gli occhi, storse la bocca quasi per uno sbadiglio mancato; e il capo gli cadde sul petto e la faccia sul piatto.
Una toccatina, lieve lieve, anche a lui.
Perdette lì per lì la parola e mezzo lato del corpo: il destro.
Cristoforo Golisch era nato in Italia, da genitori tedeschi; non era mai stato in Germania, e parlava romanesco come un romano di Roma. Da un pezzo gli amici gli avevano italianizzato anche il cognome, chiamandolo Golicci, e gl’intimi anche Golaccia, in considerazione del ventre e del formidabile appetito. Solo con la sorella egli soleva di tanto in tanto scambiare qualche parola in tedesco, perché gli altri non intendessero.
Ebbene, riacquistato a stento, in capo a poche ore, l’uso della parola, Cristoforo Golisch offrì al medico un curioso fenomeno da studiare; non sapeva più parlare in italiano: parlava tedesco.
Aprendo gli occhi insanguati, pieni di paura, contraendo quasi in un mezzo sorriso la sola guancia sinistra e aprendo alquanto la bocca da questo lato, dopo essersi più volte provato a snodar la lingua inceppata, alzò la mano illesa verso il capo e balbettò, rivolto al medico:
- Ih…ihr… wie ein Faustschlag…
Il medico non comprese, e bisognò che la sorella, mezzo istupidita dall’improvvisa sciagura, gli facesse da interprete.
Era divenuto tedesco a un tratto, Cristoforo Golisch: cioè, un altro; perché tedesco veramente, lui, non era mai stato. Soffiata via, come niente, dal suo cervello ogni memoria della lingua italiana, anzi tutta quanta l’italianità sua…”.

“La toccatina” è stata pubblicata il 12 agosto 1906 in “Il Marzocco” di Firenze; fa parte delle “Novelle per un anno” un volume che gioca un ruolo centrale nella produzione letteraria di Pirandello. Lo scopo generale della raccolta è indicato nel titolo: l’autore si  propone di offrire al lettore una novella al giorno senza tema predeterminato, tesi da dimostrare o insegnamenti da dare. Semplicemente, il proposito è di raccontare la vita così come scorre, cercando di coglierne l’essenza imprevedibile; la vita, di cui la malattia e la morte sono parte integrale e inevitabile.
Così la novella “La mosca” racconta la morte da carbonchio trasmessa da una mosca:

 “C’era una mosca, lí sul muro, che pareva immobile; ma, a guardarla bene, ora cacciava fuori la piccola proboscide e pompava, ora si nettava celermente le due esili zampine anteriori, stropicciandole fra loro, come soddisfatta…” di avere trasmesso il contagio a un giovane contadino.
In “La morte addosso”, la causa della fine dell’esistenza ha “…un nome dolcissimo…, più dolce di una caramella: Epitelioma, si chiama… Pronunzii, pronunzii… sentirà che dolcezza: epiteli-o-ma… La morte, capisce? è passata. M’ha ficcato questo fiore in bocca e  m’ha detto: ‘tienilo, caro: ripasserò tra otto mesi!,…

In “La toccatina”, la malattia ha il tipico aspetto dell’afasia (perdita della capacità di esprimersi con la parola, di comprendere e di scrivere) del poliglotta.
Dal momento in cui Cristoforo Golisch diventa afasico a causa di un ictus, perde la capacità di comunicare con il suo linguaggio acquisito e, come se tutta l’esperienza della sua vita fosse stata cancellata, ritorna a balbettare le sillabe della sua lingua nativa: quel tedesco che usava ormai così poco da dare l’impressione di averlo completamente dimenticato.
L’afasia del poliglotta è stata descritta nel 1895  dal neurologo francese Pitres,   primo ricercatore a definire il modo in cui i  pazienti   poliglotti potevano recuperare la perduta capacità di parlare la lingua materna.
Pirandello era probabilmente a conoscenza della regola, ritenuta valida alla fine del secolo diciannovesimo, secondo la quale i nuovi ricordi si cancellano prima dei vecchi; quindi, in caso di malattia, la nuova lingua scompare prima di quella materna.
Più recentemente è stato invece dimostrato che  le persone bilingui o poliglotte manifestano approssimativamente disturbi simili per tutte le lingue che conoscono e che il miglioramento avviene in modo parallelo per ognuna di esse. La ripresa di ogni lingua è proporzionale alla conoscenza che il paziente ne aveva prima della malattia e può essere influenzata da fattori come le caratteristiche cliniche dell’afasia e  l’ambiente linguistico che precede e segue l’inizio dell’afasia.
Niente di tutto ciò riguarda Pirandello. Lo scrittore aveva 39 anni quando pubblicò la novella  e la malattia della moglie l’aveva certamente già costretto a stabilire un contatto diretto e personale con l’ambiente neuro-psichiatrico dell’epoca. Anche in questo caso le sue conoscenze mediche gli permettono di sottolineare la strana  e multiforme natura della realtà. Il tema fondamentale di “La toccatina” , non è infatti la strana forma di perdita del linguaggio, ma piuttosto la capacità dell’uomo di affrontare la vita con tutte le risorse di cui dispone.
Prima di essere colpito dall’ictus, Cristoforo Golisch aveva reagito alla paralisi che aveva leso un suo amico in ben altro modo:

“- ‘Ah, si? – diceva. – Ti tocco e ti lascio? No, ah, no perdio! Io non mi riduco in quello stato! Ti faccio tornare per forza, io! Mi passeggi accanto e ti diverti a vedere come mi hai conciato? a vedermi strascinare un piede? a sentirmi biascicare? Mi rubi mezzo alfabeto, mi fai dire oa e cao, e ridi? No, caa! Vieni qua! Mi tio una pistoettata, com’è veo Dio. Questo spasso io non te lo do! Mi sparo, m’ammazzo com’è vero Dio! Questo spasso non te lo do’.
E poi quando venne la sua ora di confrontarsi con la stessa situazione, e si trovava in una condizione tale per cui: ‘Chiamava Giovannino il nipote, Ciofaio. E il nipote – scimunito! – ne rideva, come se lo zio lo chiamasse così per ischerzo’.
…Egli non aveva punto coscienza della curiosissima impressione che faceva, parlando a quel modo.
Pareva un naufrago che si arrabattasse disperatamente per tenersi a galla, dopo essere stato tuffato e sommerso per un attimo eterno nella vita oscura, a lui ignota, della sua gente. E da quel tuffo, ecco, era balzato fuori un altro; ridivenuto bambino, a quarant’otto anni, e straniero.
E contentissimo era. Sì, perché proprio in quel giorno aveva cominciato a poter muovere appena appena il braccio e la mano. La gamba no, ancora. Ma sentiva che forse il giorno dopo, con uno sforzo, sarebbe riuscito a muovere anche quella. Ci si provava anche adesso, ci si provava… e, no eh? non scorgevano alcun movimento gli amici?
- Tomai… tomai…
- Ma sì, domani, sicuro!” 

E’ proprio il comportamento di Cristoforo Golisch dopo l’ictus che rivela come l’effettivo tema della novella vada molto oltre la descrizione della stranezza dell’afasia nel poliglotta. Perché Pirandello vuole mostrare  la capacità dell’uomo di adattarsi alle condizioni più difficili pur di evitare di essere sommerso  “nell’oscurità della vita”.
Non sorprende che i capolavori della letteratura possono contenere una rappresentazione così completa dell’uomo malato, della sua psicologia, della sua capacità di reagire o di abbandonarsi.
Non ci sono mezzi scientifici per misurare la felicità o la sofferenza, esattamente come non ci sono modi di misurare l’amore e la bellezza;  questo è compito dell’arte:  è del vero artista il privilegio di capire ed esprimere l’essenza  della condizione umana.

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