martedì 17 marzo 2015

Pirandello. Un genio del Novecento. 7

7. L'Odissea di Vitangelo, alla ricerca dell'io perduto

(Uno, nessuno e centomila)


Le novelle di Pirandello sono la scaturigine di molti testi teatrali e perfino di romanzi. È il caso di Uno, nessuno e centomila che deriva dalla novella Stefano Giogli, uno e due che risale al 1909. Il parto è lungo, perché il romanzo viene pubblicato dapprima a puntate su rivista tra il 1925 e il 1926 e, poi, in volume nel 1926. Sarà l’ultimo di Pirandello.
            Il protagonista Vitangelo Moscarda, soprannominato Gengé, è alla ricerca della sua vera identità, proprio come Mattia Pascal. Messo in crisi nelle sue certezze dalle considerazioni della moglie sul suo naso («Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra»), è scosso dal fatto di non aver mai visto un difetto che aveva tutti i giorni sotto gli occhi. Così inizia la confessione interiore svolta in prima persona da Vitangelo: «Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altre parti della mia persona […]. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perciò mi stizzì come un immeritato castigo. Vide forse mia moglie molto più addentro di me in quella mia stizza e aggiunse subito che, se riposavo nella certezza d’essere in tutto senza mende, me ne levassi pure, perché, come il mio naso mi pendeva verso destra, così […] le mie sopraciglia parevano sugli occhi due accenti circonflessi […], le mie orecchie erano attaccate male, una più sporgente dell'altra; e altri difetti…». Insomma, un uomo si può essere guardato allo specchio migliaia di volte senza essersi osservato bene.
Allora, Vitangelo si immagina che su tanti aspetti della sua persona, magari meno visibili, ci possano essere grandi divergenze tra la sua percezione e quella altrui. Esistono tanti Vitangelo tante quante sono le persone con le quali entra in relazione. Ognuna ha un suo punto di vista e una visione differente del suo essere. Confesserà più tardi: «L’idea che gli altri vedevano in me uno che essi soltanto potevano conoscere guardandomi da fuori con occhi che non erano i miei e che mi davano un aspetto destinato a restarmi sempre estraneo, […] quest’idea non mi dava più requie». La sua unità è come scomposta in centomila parti, tante quante sono le miriadi visioni che gli altri hanno di lui. Se ciascuno vede la realtà «a suo modo», non è possibile davvero comunicare tra le persone che vivono, perciò, in una condizione esistenziale di solitudine.
Dopo lo sconcerto di fronte ad una tale rivelazione, Vitangelo intende modificare quei punti di vista che non corrispondono al suo. Si rende conto che gli altri lo considerano usuraio ed egoista; così, per provare l’inconsistenza di questo giudizio, sfratta Marco di Dio, un bisognoso che vive in affitto in un appartamento di sua proprietà, in realtà per offrirgliene uno più grande. Però, le voci che circolano al riguardo sono che è uno strozzino insensibile. Le urla «usuraio» si tramutano in «pazzo!» di fronte al fatto che effettivamente Vitangelo ha donato un suo appartamento a Marco di Dio. Insomma, il protagonista non solo non può disfarsi delle vecchie forme, ma ne assume altre che sono impreviste e soprattutto indesiderate. Anche i familiari lo ritengono un pazzo tanto che la moglie avvia un’azione legale per interdirlo.
Solo un’amica della moglie di nome Anna Rosa mantiene il rapporto con lui. Un giorno, quando Vitangelo la incontra, alla donna cade la borsetta dove nasconde una rivoltella. Parte un colpo di pistola che la colpisce al piede. Si diffondono le voci che Gengé sia innamorato di Anna Rosa e che «l’incidente di quello sparo nella Badìa» sia da imputarsi a cause sentimentali. La moglie raccoglie tutte le prove e le testimonianza per interdirlo. Affascinata dalle sue elucubrazioni mentali e dai suoi ragionamenti, Anna Rosa gli spara al petto. Per quali ragioni? Scriverà il protagonista che confessa le sue disavventure come in un diario: «Devono essere vere le ragioni ch'ella poi disse in sua discolpa: cioè che fu spinta ad uccidermi dall'orrore istintivo, improvviso, dell’atto a cui stava per sentirsi trascinata dal fascino strano di tutto quanto in quei giorni le avevo detto». Interdetto e allontanato dalla moglie, Vitangelo finirà nell'ospizio per vecchi che lui stesso aveva fondato con le sue donazioni.
L’esito di questo processo di distruzione delle tante forme e delle maschere adottate dal personaggio non è la scoperta di sé, bensì l’annichilimento del proprio io. Così, il personaggio conclude la propria storia nell'ultimo capitolo del romanzo: «Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del nome d’oggi, domani. Se il nome è la cosa; se un nome è in noi il concetto d’ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome non si ha il concetto, […] ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace e non ne parli più. Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro trèmulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento […]. Volto subito gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni».
Per poter vivere, o meglio sopravvivere, Vitangelo deve annientare la propria consapevolezza di sé, eliminare ogni forma, alla ricerca di una sostanza al di là della forma, senza nome, senza lavoro, senza casa, senza alcuna relazione con gli altri. Negli ultimi capitoli del romanzo domina la considerazione che «vivere» e «conoscere» sono forme opposte inconciliabili. Per conoscere si deve bloccare in una forma, ma la vita non sa di forme, di nomi. Vitangelo così esprime la riflessione al suo interlocutore: «Bisogna che lei fermi un attimo in sé la vita, per vedersi. Come davanti ad una macchina fotografica. Lei s’atteggia. E atteggiarsi è come diventare statua per un momento. La vita si muove di continuo e non può mai veramente vedere se stessa».
Se da un lato, però, l’io non coincide con la forma, dall'altro non può neanche prescindere dai rapporti, perché l’io si scopre in una relazione. La nostra persona si conosce in azione, all'opera, vivendo, non nella riflessione. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 14-12-2014)

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